DISCONNETTITI – Tonino Cantelmi

La dipendenza dalla rete, o internet – l’addiction disorder – non è ancora entrata a pieno titolo nei manuali di psichiatria tra le nuove patologie, ma sono in corso numerosi studi sull’argomento. In compenso gli psichiatri di tutto il mondo hanno già da tempo cominciato ad occuparsi di pazienti con disturbi da abuso o uso improprio di internet. Ma secondo studi molto recenti sembra che chi ha problemi seri di dipendenza abbia problemi psichiatrici preesistenti. Sembra infatti che la retedipendenza colpisca soprattutto persone con difficoltà a comunicare in modo normale con gli altri e le persone con personalità di tipo ossessivo-compulsivo. In questo senso la dipendenza da internet costituirebbe un rifugio sicuro per non affrontare le problematiche dell’esistenza e consentirebbe ai soggetti malati di vivere una condizione di onnipotenza legata al fatto di poter superare i normali vincoli spazio-temporali.
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Chi è malato di internet?
Il malato di internet si connette per più di otto ore al giorno e mostra sintomi di astinenza sia fisici (sindrome del tunnel carpale, repentino cambiamento di peso) che comportamentali (ansia, nervosismo, sensazione di astinenza).
Per quanto riguarda i giovani in Italia secondo il Rapporto Nazionale sulla Condizione dell’Infanzia e dell’Adolescenza del 2011 realizzato da Eurispes eTelefono Azzurro, un ragazzo su 5 si sente irrequieto e nervoso quando non può accedere alla rete, e il 17,2% dei giovani ha cercato di ridurne l’uso senza riuscirci. Una ricerca realizzata dall’ospedale di Cremona nel 2012 (Internet Addiction Disorder: prevalence in an italian student population) ha rivelato che il 94,19% dei ragazzi fa un uso normale del mezzo, il 5,01% è moderatamente dipendente, lo 0,79% lo è seriamente. Buone notizie dunque.
Però, presso il Policlinico Gemelli di Roma nel corso di 3 anni si sono presentate 550 persone di cui l’80% giovani tra gli 11 e i 23 anni. Federico Tonioni, responsabile dell’ambulatorio per le dipendenze dell’ospedale spiega che i ragazzi “vivono relazioni prive di corpo; nelle chat o nei giochi on line non puoi né colpire né baciare davvero”. Lo schermo è uno scudo protettivo. I genitori “immigrati digitali” non capiscono i “figli nativi” e pensano di dover curare una dipendenza mentre spesso si tratta di altro. Secondo lo psichiatra questi ragazzi hanno disturbi affettivi e relazionali. “Chi guarisce comincia a uscire con una ragazza, a praticare uno sport, non suggeriamo mai di spegnere il computer”.
Il parere di Tonino Cantelmi, uno dei maggiori studiosi italiani di questa problematica, autore del libro ‘Tecnoliquidità’ è che “siamo alle soglie di una mutazione antropologica; fenomeni che chiamiamo patologici vanno compresi all’interno di questo cambiamento”. La cosa da fare sembra di capire, è semplicemente ‘staccare la spina’ ogni tanto, insomma, disconnettersi.
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Bibliografia:
– Howard Rheingold, “Perché la rete ci rende intelligenti”, edizioni Cortina Raffaello, 2013
– Clay Sirky, ” Surplus cognitivo creatività e generosità nell’era digitale”  Codice edizioni, 2010
– Paolo Ferri, ” Nativi digitali” Bruno Mondadori editore, 2011.

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La strana storia di Guido: sente una voce da oltre 40 anni ma non è malato

adnkronosRoma – (Adnkronos Salute) – Lo psichiatra: “C’è un popolo nascosto di ‘uditori’ che non ha nessuna patologia psichica. Sono convinto che le voci nella testa non siano sovrannaturali, ma una spia di una spiritualità profondissima dell’individuo”.

Roma, 18 set. (Adnkronos Salute) – ‘Tradito’ dalla voce che accompagnava in segreto le sue giornate da più di quarant’anni. A raccontare all’Adnkronos Salute la singolare storia di Guido (nome di fantasia), un uomo di circa 50 anni che sente una voce femminile “dolce e consolatoria” parlargli da quando ne aveva 7-8, è lo psichiatra Tonino Cantelmi, professore di psicologia dello sviluppo alla Lumsa.

“Il suo caso mi ha ricordato quello di un altro paziente, un docente di biologia, che sentiva due voci pur in assenza di altri disturbi psichici. Anche nel caso di Guido i controlli hanno dato esito negativo”. “Ecco perché – dice l’esperto – sono convinto che esista un popolo di uditori di voci, persone che si nascondono perché hanno imparato che gli altri sono sconcertati da questa loro peculiarità, anche se visite ed esami certificano l’assenza di schizofrenia o altri disturbi psichici”.
Per Cantelmi “sentire le voci e dunque avere delle allucinazioni uditive non è sempre o necessariamente un sintomo di psicosi o di schizofrenia che possono essere affrontate con la psicoterapia. Prova ne è il caso di Guido, che non presenta alcun particolare disturbo, a parte la voce nella sua testa”. A far uscire l’uomo allo scoperto, qualche tempo fa, il fatto di essersi sentito tradito dalla voce. “Due settimane prima di contattarmi, questo soggetto era andato in pizzeria con la moglie, il fratello e la cognata. Qui, nel corso di una discussione per spiegare il suo recente nervosismo, Guido è scoppiato in lacrime rivelando ai familiari sconcertati di essere crollato perché negli ultimi tempi la voce, che sentiva fin da piccolo, lo aveva tradito. In pratica, gli aveva promesso un successo straordinario sul lavoro, che invece non si era mai avverato. La sua fiducia nella voce, che fin da bambino lo accompagnava, lo rincuorava in vista di prove ed esami e lo consolava, preconizzando successi e fortune, si era sgretolata”.
Dopo un breve passaggio da un sacerdote, l’approdo di Guido dallo psichiatra. “Ma la visita non è stata risolutiva: a parte la voce, l’uomo non presenta nessun particolare disturbo. Questo mi ha portato a esaminare la cosa da un nuovo punto di vista: esiste un piccolo popolo di uditori di voci, nascosto e silenzioso, anche in Italia. Ho fatto delle ricerche e ho visto che all’estero esistono già associazioni di uditori di voci non patologici che reclamano riconoscimento e dignità. Sono convinto che queste persone nella storia umana ci siano sempre state”, dice Cantelmi. E solo in alcuni casi sarebbero uscite allo scoperto.
“Queste persone hanno imparato a nascondere il loro segreto, per non sconcertare gli altri o essere prese per pazze. In assenza di patologie sono convinto che le voci possano essere una forma di spiritualità interiore – prosegue lo psichiatra – ‘spia’ di un meccanismo di funzionamento del cervello incredibile e ancora sconosciuto. Probabilmente – ribadisce – queste voci hanno accompagnato imprese straordinarie, come quella di Giovanna d’Arco. Insomma, occorre studiare meglio le allucinazioni uditive, perché non è detto che siano patologiche. E proprio per questo nel 2014 voglio organizzare un evento per dar voce e restituire orgoglio a chi sente le voci. Sto seguendo alcuni pazienti di questo tipo e attraverso altri colleghi sto cercando di entrare in contatto con queste persone. Sono convinto che le voci nella testa non siano sovrannaturali, ma una spia di una spiritualità profondissima dell’individuo”, conclude.

Sexting, lo psicologo: si inizia alle elementari

 

Non sono solo messaggi inviati da un cellulare. Ma qualcosa di più. Un bimbo che frequenta la quarta elementare spedisce alla sua compagna di classe una foto di se stesso nudo mentre si fa la doccia. Ha 9 anni, lo ha visto fare a un suo amico che a sua volta ha ricevuto una foto di una compagna di classe in costume da bagno. Sicuramente un’immagine più discreta, ma è solo il primo di numerosi messaggi con toni sempre più espliciti.

Si chiama sexting quando un testo, una foto o un video viene inviato attraverso un cellulare o il computer. Un fenomeno sempre più diffuso negli ultimi dieci anni da quando l’innovazione tecnologica ha reso più semplice l’invio di materiale in ogni momento e da qualsiasi luogo.
La degenerazione di questo uso assume forme crude e violente raccontate nelle storie che si leggono spesso. Il ragazzino che decide di suicidarsi perché minacciato attraverso un video (è successo in Gran Bretagna), un altro, in Italia, anche lui suicida perché su Facebook gli amici scrivevano della sua presunta omosessualità. E l’ultimo, a Caltanissetta, dove un uomo è stato arrestato per avere pubblicato le foto hard della fidanzata: è accusato di produzione e divulgazione di materiale pedopornografico, diffamazione e minaccia.
I dati che hanno raccolto gli psicologi Andrea Marino e Roberta Bucci dell’Istituto di Terapia Cognitivo-Interpersonale di Roma parlano chiaro e sono allarmanti perché riguardano i ragazzi molto giovani. L’età media si abbassa fino ad arrivare a bambini di 8, 9 anni, quando il Sexting è considerato reato.
In un’indagine di Associated Press e MTV (2009)  su 1.247 intervistati di età compresa tra  i 14 e i 24 risultava che il 13% delle donne e il 9% dei maschi avevano inviato una foto o un video di se stessi nudi o semi-nudi.  E ancora: la foto dei giovani e giovanissimi italiani è stata scattata da un’indagine conoscitiva di Telefono Azzurro ed Eurispes, secondo la quale nel 2012 un ragazzo su 5 ha trovato proprie foto imbarazzanti in Rete, mentre un anno prima la percentuale era solo di uno su 10. Quanto ad ammettere di voler fare “sexting”, solo il 12,3% dice di aver inviato materiale a sfondo sessuale e comunque nel 41,9% dei casi i giovani dicono di non vederci nulla di male nell’averlo fatto.
“In generale i ragazzi non si preoccupano: è quasi normale inviare e ricevere foto o video pornografici, anche perché molto spesso sono così giovani da non cogliere la pericolosità della loro azione”. Emiliano Lambiase è psicologo all’Istituto di Terapia Cognitivo-Interpersonale, diretto dal prof. Tonino Cantelmi, e si occupa del rapporto tra i problemi sessuali e la tecnologia.
“I bambini arrivano da noi quando i genitori si accorgono che qualcosa non va. I ragazzi più grandi quando si rendono conto di avere problemi sessuali a causa di una dipendenza da videochat e sesso “virtuale”. Il percorso per uscirne è lungo”.
Che effetti ha il Sexting?
La tecnologia ci obbliga a ragionare in maniera diversa: dobbiamo usare due tipi di linguaggio, quello reale e quello virtuale. Nella testa delle persone più fragili si crea una specie di cortocircuito che fa perdere l’equilibrio, c’è un sovraccarico. Così siamo più distratti, abbiamo meno memoria e meno capacità di avere un rapporto emotivo con gli altri. La perdita di un punto fisso definisce la realtà virtuale come unica: è una dipendenza.
E il rapporto con il sesso? Cambia?
La dipendenza da cybersesso brucia le tappe. Se prima un dipendente sessuale ci metteva più tempo ad essere totalmente assuefatto, ora i tempi sono immediati. Ho seguito pazienti che senza la tecnologia non avrebbero mai sviluppato una dipendenza. Un esempio? Un uomo di 60 anni, sposato, una vita tranquilla, sessualmente inibito. Ma con la moglie negli anni supera l’ansia da prestazione. Poi scopre internet e in quella nuova sede realizza quello che aveva sempre represso annullando il rapporto con la propria donna. La moglie lo scopre e lui chiede di essere curato.
E per i ragazzini?
Molti di loro non conoscono il sesso, internet permette di superare l’ansia da rifiuto. Ma quando è il momento dell’approccio reale con una ragazza, lì nascono i problemi. Non c’è una sana crescita sessuale. Il cybersesso e il sexting hanno conseguenze pericolose: i ragazzi non riescono più a lavorare, studiare e sono colti da depressione.
Che conseguenze ci possono essere oltre a quelle psicologiche?
Tra 16 e 18 anni almeno un ragazzo su 10 si è trovato in pericolo dopo avare messo online foto si se stesso nudo. Spesso le immagini vengono spedite a gente di cui ci si fida. Ma non si è al corrente della fine che poi faranno e soprattutto i messaggi vengono inviati senza il consenso dell’altro. Poi girano in rete e l’utilizzo da parte di altri può essere pericoloso. Si può entrare nella sfera della pedofilia, ma anche del cyberbullismo che fa leva su meccanismi psicologici davvero delicati. Il suicidio è l’ultima tappa, ma bisogna tenere conto che le persone che finiscono in questi vortici sono sempre le più deboli e fragili.

di Ilaria Morani (Corriere della Sera)

Suicidato a 14 anni per paura di non essere accetto

Newstv2000 intervista il Prof. Cantelmi circa il suicidio di Marco, un ragazzo di 14 anni che nella notte tra il 7 e l’8 agosto scorso si è tolto la vita lanciandosi dal tetto del suo palazzo. Un gesto che il giovane ha compiuto per paura di non essere accettato per la sua omosessualità.

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